L’Incipit del mese

incipit di Natale

Incipit di Dicembre: A Christmas Carol

A Christmas Carol

{Incipit di Dicembre}

by

Charles Dickens

A Christmas Carol

A Christmas Carol

Prima strofa
Il fantasma di Marley

Marley era morto: per cominciare. Su questo non c’è dubbio. Il registro mortuario recava la firma di Scrooge: e alla Borsa di Londra, la firma di Scrooge, era una garanzia assoluta. Il vecchio Marley era morto quanto un chiodo di porta.

Scrooge e il morto erano stati soci per non so quanti anni. Scrooge ne era l’unico amministratore, l’unico rappresentante legale, l’unico amico, l’unico partecipante alle esequie.

Scrooge non cancellò mai dall’insegna il nome del vecchio Marley. Parecchi anni dopo, sulla porta del negozio, si poteva ancora leggere “Scrooge e Marley”.

Oh, ma quant’era avaro quello Scrooge sul lavoro, come spremevano, strappavano, agguantavano, scuoiavano, le mani di quell’avido vecchio peccatore! Duro e tagliente come una pietra focaia da cui nessun acciaio al mondo era mai riuscito a far sprizzare una scintilla di generosità; chiuso, sigillato, solitario come un’ostrica. Il freddo che si portava dentro gli gelava il volto decrepito, gli intirizziva il naso puntuto, gli rendeva grinzose le gote, gli irrigidiva il portamento, gli faceva rossi gli occhi, livide le labbra sottili. Sul capo, sulle sopracciglia e sull’ispido mento gli si depositava una gelida brina. La sua bassa temperatura se la portava sempre addosso. Nessuno lo fermava mai per strada per dirgli Caro Scrooge, come va? a quando una sua visita? Ma che gliene importava a Scrooge! Anzi, ci provava gusto.

Una volta – nel più bel giorno dell’anno, la vigilia di Natale – il vecchio Scrooge era affaccendato nel suo ufficio. L’uscio dell’ufficio era aperto, per dargli modo di tenere d’occhio il suo impiegato il quale, dentro una lugubre cella poco più in là, una sorta di pozzo, era intento a copiare lettere.

Scrooge non aveva per sé che uno stento fuocherello, ma quello del suo impiegato era di tanto più stento da parere un solo misero tizzone. Né c’era modo di alimentarlo, perché il secchio del carbone se lo teneva Scrooge nella sua stanza, e se l’impiegato si azzardava a entrare con la paletta in mano, il padrone lo minacciava subito di licenziamento. E allora l’impiegato si avvolgeva intorno al collo la sua sciarpa bianca e cercava di scaldarsi alla fiamma della candela.

– Buon Natale, zio! Dio ti benedica! esclamò tutto a un tratto una voce piena di allegria. Era quella del nipote di Scrooge, piombato dentro al banco all’improvviso.

– Ma va! rispose Scrooge, che sciocchezze!

S’era così ben riscaldato, a furia di correre nella nebbia e nel gelo, questo nipote di Scrooge, che s’era fatto di fuoco: aveva un bel viso rubicondo, gli occhi gli lucevano e gli fumava ancora il fiato.

– Ma come, zio! Natale una sciocchezza! Tu non lo pensi di sicuro.

– Lo penso eccome! Buon Natale, lieto Natale, ma che motivo hai tu di essere lieto? che diritto? Sei abbastanza povero, mi pare.

Che ragione hai tu di essere cupo? Sei abbastanza ricco, mi pare.

Scrooge, non trovando lì per lì una risposta migliore, tornò al suo Ma va, sciocchezze!

– Non essere così irritato, zio.

– Sfido io a non esserlo. Quando si ha da vivere in un mondo di pazzi come questo. Un Lieto Natale! Al diavolo il Natale con tutta la letizia! Cos’altro è il Natale se non un giorno di scadenze quando non si hanno soldi; un giorno in cui ti trovi più vecchio di un anno e nemmeno di un’ora più ricco; un giorno di chiusura di bilancio che, dopo dodici mesi, ti dà la bella soddisfazione di non trovare una sola partita all’attivo? Se potessi fare a modo mio; tutti gli idioti che vanno in giro con questo “lieto Natale” in bocca, li farei bollire in pentola col loro stesso pudding e poi sotterrare con uno stecco di agrifoglio piantato nel cuore. Te lo dico io!

– Ma su, Zio!

– Senti. nipote! Tu tieniti il tuo Natale a modo tuo, e lascia a me il mio.

– Il tuo Natale! ma che Natale è il tuo? Non ne fai nulla tu!

– Allora lasciami in pace! Buon pro ti faccia! Te n’ha fatto tanto del bene finora, vero?

– Il fatto è che ho sempre considerato il Natale, ogni volta che è tornato, come un bel giorno, un giorno in cui ci si vuol bene, si fa la carità, si perdona e ci si diverte: il solo giorno del calendario in cui uomini e donne, per mutuo accordo, pare che aprano il loro cuore e pensino alla povera gente come a compagni di viaggio verso la tomba, non come a creature di un’altra specie destinate ad altri viaggi. Quindi zio, benché non me ne sia mai venuto in tasca il becco d’un quattrino, credo che il Natale m’abbia fatto del bene e me ne farà. Sia benedetto dunque il Natale!

– Zio, su, perché non vieni a cena da noi, domani sera?

– Neanche morto, grugnì Scrooge.

Ma zio, io non voglio niente da te, non ti chiedo niente: perché non possiamo essere amici?

– Ti saluto! disse Scrooge.

– Mi dispiace con tutto il cuore di trovarti così ostinato. Tra noi non ci sono mai state discussioni, ma ho voluto fare questo tentativo in omaggio al Natale, e il mio spirito natalizio lo serberò sino in fondo. Buon Natale, dunque, zio!

– Buonasera, disse Scrooge.

– E buon anno, per giunta!

– Buonasera, disse Scrooge.

Il nipote uscì dalla stanza senza una sola parola di risentimento. Si fermò un momento sulla soglia per fare gli auguri all’impiegato il quale, pur gelato com’era, doveva avere più calore di Scrooge, perché li ricambiò cordialmente.

Eccone un altro, borbottò Scrooge che l’aveva sentito: Il mio impiegato, con quindici scellini a settimana, più moglie e figli, che parla di buon Natale. Cose da pazzi!

In quel momento entrarono due gentiluomini di bell’aspetto che ora, col cappello in mano, erano in piedi davanti a Scrooge, nel suo ufficio. Tenendo in mano fogli e quaderni lo salutarono con un inchino. Scrooge e Marley’s, non è vero? Ho il piacere di parlare con il signor Scrooge o col signor Marley?

– Il signor Marley, rispose Scrooge, è morto da sette anni. Sette anni fa, questa stessa notte.

– Non dubitiamo che la sua liberalità trovi nel socio superstite un degno rappresentante, disse il gentiluomo.

– Liberalità? disse Scrooge.

In questa festosa ricorrenza dell’anno, signor Scrooge, disse il gentiluomo impugnando una penna, E’ più che mai auspicabile provvedere qualche modesto soccorso per i poveri e i derelitti che tanto soffrono. Ve n’è migliaia che mancano dello stretto necessario, centinaia di migliaia cui fa difetto il minimo benessere, signore. Scegliamo questo periodo dell’anno perché è un momento in cui il Bisogno si fa più acuto, mentre chi è nell’Abbondanza festeggia. Per che somma intende sottoscrivere?

– Per nulla!, rispose Scrooge.

– Preferisce conservare l’anonimato?

– Preferisco essere lasciato in pace. E visto che me lo chiedete, signori, ecco la mia risposta. Io non faccio felice neppure me stesso a Natale: non posso certo permettermi il lusso di far felici i fannulloni. Io dò il mio contributo alle prigioni e ai ricoveri di mendicità: costano già abbastanza; e chi si trova in miseria faccia ricorso a quelle.

– Molti non sono in condizione di farlo, disse il gentiluomo, e molti preferirebbero piuttosto la morte.

Visto che ogni altra insistenza sarebbe stata vana, i due gentiluomini si accomiatarono. Scrooge si rimise al lavoro con l’umore più lieto del solito.

Intanto la nebbia e l’oscurità si erano così infittite che individui armati di torce si aggiravano per le strade, offrendosi di far da guida alle carrozze.A quel punto un bambino, giovane proprietario di un affilato nasetto, rosicchiato e biascicato dal freddo famelico come un osso dai cani, si fermò davanti al buco della serratura di Scrooge per fargli omaggio di un canto di Natale:

Dio ti tenga, o buon signore,

Sano il corpo e allegro il core…

Scrooge afferrò il righello con tanta furia che il cantore scappò atterrito.

Alla fine arrivò l’ora di chiudere l’ufficio.

– Immagino, disse all’impiegato, che domani vorrai tutta la giornata libera, non è vero?

– Se vi fa comodo, signore.

– Non mi fa affatto comodo, e non è giusto. Se però io ti trattenessi una mezza corona, scommetto che ti sentiresti trattato ingiustamente, non è così?

L’impiegato accennò un debole sorriso.

– Eppure, a te non pare che io sia trattato ingiustamente, quando ti pago il salario di una giornata in cambio di niente.

L’impiegato osservò che ciò accadeva una volta sola all’anno.

– Bella scusa per infilare le mani nelle tasche d’un galantuomo ogni 25 di dicembre! Vada per tutta la giornata, poiché così ha da essere. Ma bada almeno di trovarti qui più presto che puoi l’indomani!

L’impiegato promise che l’avrebbe fatto e Scrooge se ne uscì grugnendo. Detto fatto, il banco fu chiuso e l’impiegato, con i capi della lunga sciarpa bianca che gli spuntavano da sotto il farsetto se n’andò a fare una ventina di discese sul ghiaccio a Cornhill, al seguito di una brigata di ragazzi, per festeggiare la vigilia di Natale, e poi corse a casa a Camden Town, più in fretta che poté, per giuocare a mosca cieca.

 

Continua a leggere l’originale qui!

A Christmas Carol

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L’Incipit di Novembre: Nedda di Giovanni Verga

Buon primo venerdì di novembre!

Inauguro oggi la nuova “rubrica” Incipit, dedicata agli incipit letterari più belli e significativi che ho incontrato nella mia lunga vita di lettrice notturna 🙂 Inizio con uno dei miei autori preferiti, Verga, e con una novella che mi è capitato di leggere per caso, dallo smartphone, mentre cercavo altro (come al solito).

A dopo per il soliloquio e i commenti!

Giovanni-Verga

L’Incipit di Novembre: Nedda di Giovanni Verga

 

 Nedda

Il focolare domestico era sempre ai miei occhi una figura rettorica, buona per incorniciarvi gli affetti più miti e sereni, come il raggio di luna per baciare le chiome bionde; ma sorridevo allorquando sentivo dirmi che il fuoco del camino è quasi un amico.

Sembravami in verità un amico troppo necessario, a volte uggioso e dispotico, che a poco a poco avrebbe voluto prendervi per le mani o per i piedi, e tirarvi dentro il suo antro affumicato, per baciarvi alla maniera di Giuda.

Non conoscevo il passatempo di stuzzicare la legna, né la voluttà di sentirsi inondare dal riverbero della fiamma; non comprendevo il linguaggio del cepperello che scoppietta dispettoso, o brontola fiammeggiando; non avevo l’occhio assuefatto ai bizzarri disegni delle scintille correnti come lucciole sui tizzoni anneriti, alle fantastiche figure che assume la legna carbonizzandosi, alle mille gradazioni di chiaroscuro della fiamma azzurra e rossa che lambisce quasi timida, accarezza graziosamente, per divampare con sfacciata petulanza.

Quando mi fui iniziato ai misteri delle molle e del soffietto, m’innamorai con trasporto della voluttuosa pigrizia del caminetto.

Io lascio il mio corpo su quella poltroncina, accanto al fuoco, come vi lascierei un abito, abbandonando alla fiamma la cura di far circolare più caldo il mio sangue e di far battere più rapido il mio cuore; e incaricando le faville fuggenti, che folleggiano come farfalle innamorate, di farmi tenere gli occhi aperti, e di far errare capricciosamente del pari i miei pensieri.

Cotesto spettacolo del proprio pensiero che svolazza vagabondo intorno a voi, che vi lascia per correre lontano, e per gettarvi a vostra insaputa quasi dei soffi di dolce e d’amaro in cuore, ha attrattive indefinibili. Col sigaro semispento, cogli occhi socchiusi, le molle fuggendovi dalle dita allentate, vedete l’altra parte di voi andar lontano, percorrere vertiginose distanze: vi par di sentirvi passar per i nervi correnti di atmosfere sconosciute: provate, sorridendo, senza muovere un dito o fare un passo, l’effetto di mille sensazioni che farebbero incanutire i vostri capelli, e solcherebbero di rughe la vostra fronte.
E in una di coteste peregrinazioni vagabonde dello spirito, la fiamma che scoppiettava, troppo vicina forse, mi fece rivedere un’altra fiamma gigantesca che avevo visto ardere nell’immenso focolare della fattoria del Pino, alle falde dell’Etna. […]

 

*Edizione di riferimento: Giovanni Verga, Tutte le novelle, Introduzione, testo e note a cura di Carla Riccardi, I Meridiani, Arnoldo Mondadori editore, 1979, VI edizione 2001.

incipit

Non credo che esistano parole più perfette, dirette ed essenziali di queste usate da Verga per descrivere il fuoco del camino, amico che a tradimento ti cattura, ti rapisce e ti incanta come nessuno.

 

…m’innamorai con trasporto della voluttuosa pigrizia del caminetto.

 

Si può forse chiamare in un altro modo il sentimento che si prova quando ci si arrende al languido calore del camino, che ipnotizza impigrendo e affascinando più di una donna e delle sue soavi promesse?

 

Cotesto spettacolo del proprio pensiero che svolazza vagabondo intorno a voi, che vi lascia per correre lontano, e per gettarvi a vostra insaputa quasi dei soffi di dolce e d’amaro in cuore, ha attrattive indefinibili.

 

Esiste qualcuno che ha saputo disegnare con parole migliori i voli del pensiero al cospetto della fiamma che arde vivace e dispotica nel camino incantato?

Potrei andare avanti per ore, ad ammirare il suono, la forma e la forza espressiva delle parole scelte dal Verga per descrivere il potere incantatore del fuoco, amico dispettoso e impetuoso rapitore di animi umani, ma lascio a chi legge il tempo e la libertà d’ispirazione, rinnovando l’appuntamento a dicembre con il prossimo Incipit, che questa voltà sarà più… non ve lo dico! 😉

nedda

anna

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L’Incipit di Ottobre: Anne of Green Gables

Anne of Green Gables

Illustrazione © Ji-Hyuk Kim

{L’Incipit di Ottobre}

Anne of Green Gables

Anna dai capelli rossi

L’Incipit di ottobre è dedicato a un romanzo che ha fatto dei sogni e dell’immaginazione il suo centro focale e tema portante, dando vita a un mondo parallelo, nascosto tra le betulle e i ruscelli di Prince Edward Island, nella Nova Scotia, dove la giovane Anne con la “e”  trova infiniti spunti per la sua fervida immaginazione, diventando un personaggio di culto nella letteratura per i più giovani, e non solo.

Ecco allora il primo capitolo di Anna dai Capelli Rossi, Anne of Green Gables, di Lucy Maud Montgomery, “decorato” dalle bellissime illustrazioni di Ji-Hyuk Kim 🙂

***

Capitolo I. La Signora Lynde è sorpresa

 

❝ La casa della Signora Lynde si trovava proprio nel punto esatto in cui la strada principale di Avonlea si immetteva in una piccola valle delimitata da ontani e fuchsie ed era attraversata da un ruscello la cui sorgente si trovava nel bosco di proprietà dei Cuthbert; si diceva che il ruscello fosse intricato, impetuoso, almeno nel suo primo tratto tra i boschi, con buie nicchie di pozze e cascatelle.

Ma quando arrivava alla valle dei Lynde era ormai un torrentello tranquillo e disciplinato, perché neppure un ruscello poteva scorrere davanti alla porta di casa della signora Rachel Lynde senza prestare il dovuto riguardo alla decenza e al decoro. Probabilmente anche lui sapeva che la signora Rachel era seduta alla finestra, intenta a lanciare un occhio critico su tutto ciò che le passava davanti, dai ruscelli e dai bambini in su. E se scovava qualcosa di strano, un dettaglio fuori posto, non si dava pace finché non scopriva i perché e i percome di tutto ciò.

Ci sono tantissime persone, dentro e fuori Avonlea, che riescono a impicciarsi costantemente dei fatti altrui, tanto da finire col trascurare i propri. La signora Rachel Lynde era una di quelle creature esperte in grado di occuparsi dei fatti propri e per di più anche di quelli altrui. Era una casalinga efficiente che svolgeva a puntino tutte le sue faccende, era iscritta al Circolo del Cucito, insegnava alla Scuola Domenicale ed era il pilastro più forte della Società di Mutuo Soccorso e della Società Missionaria. Nonostante ciò la signora Rachel trovava sempre tempo in abbondanza per sedersi alla finestra della cucina a sferruzzare le sue coperte di cotone grezzo – ne aveva già fatte sedici, come le massaie di Avonlea mormoravano con timore reverenziale – e a osservare attentamente la strada principale che attraversava la piccola valle e si avvolgeva poi sulla ripida collina rossa più dietro.Dal momento che Avonlea occupava una piccola penisola triangolare protesa nel golfo di San Lorenzo e col mare su due lati, chiunque volesse raggiungerla doveva passare per quella collina e per quella strada, e quindi davanti alle velate critiche degli occhi, che tutto vedevano, della signora Rachel.

La signora era lì seduta un pomeriggio dei primi di giugno. Il sole entrava caldo e brillante dalla finestra. Il frutteto sul pendio sotto la casa pareva una sposa tanto era carico di fiori bianco-rosati sui quali ronzava una miriade di api. Thomas Lynde, un ometto mite che la gente di Avonlea chiamava solo “il marito di Rachel Lynde”, stava seminando le rape tardive nel campo sulla collina dietro il granaio. E Matthew Cuthbert avrebbe dovuto fare lo stesso nel suo campo rosso accanto al ruscello oltre i Tetti Verdi. La signora Rachel lo sapeva perché la sera prima, nell’emporio di William J. Blair a Carmody, gliel’aveva sentito dire a Peter Morrison. Peter aveva dovuto chiederglielo, naturalmente, perché da che era nato Matthew Cuthbert non aveva mai raccontato di propria iniziativa nulla che riguardasse le sua vita. Eppure ecco lì Matthew Cuthbert, alle tre e mezzo di un pomeriggio di lavoro, che se ne andava placido per la valle e sopra la collina. Inoltre indossava il colletto bianco e il suo vestito migliore, prova evidente che stava uscendo da Avonlea. E poi aveva il calesse e la cavalla saura, e questo indicava che aveva intenzione di andare lontano.

Anne of Green Gables

Illustrazione © Ji-Hyuk Kim

Ma dove stava andando Matthew Cuthbert? E perché? Si fosse trattato di un qualunque altro abitante di Avonlea la signora Rachel, mettendo abilmente insieme questo e quell’elemento, sarebbe riuscita a trovare una risposta soddisfacente a entrambe le domande. Ma Matthew usciva di casa così raramente che doveva essere qualcosa di veramente urgente e insolito a portarlo fuori. Era l’uomo più timido del mondo e detestava andare tra gente estranea o in posti in cui fosse costretto a parlare con qualcuno. Vedere Matthew col colletto bianco e sul calesse era un evento raro. La signora Rachel, per quanto ci pensasse, non trovava una risposta e questo le rovinò il divertimento pomeridiano. “Andrò ai Tetti Verdi dopo l’ora del tè e chiederò a Marilla dove è andato Matthew, e perché”, concluse infine quella rispettabile donna, “Lui non va spesso in città in questo periodo dell’anno e non va mai a trovare nessuno. Se avesse finito i semi di rapa non avrebbe preso né il vestito buono né il calesse per andare a prenderne altri. Andava lentamente, perciò non stava andando a chiamare il dottore. Eppure da ieri sera dev’essere successo qualcosa, altrimenti non sarebbe partito. Sono veramente perplessa, non avrò un minuto di pace fino a quando non avrò scoperto cos’è stato, oggi, a portare Matthew Cuthbert fuori da Avonlea.”

Perciò dopo il tè la signora Rachel uscì, ma non dovette andare lontano: la grande casa dove vivevano i Cuthbert, coperta da rampicanti e circondata da frutteti, distava a meno di un quarto di miglio dalla valle dei Lynde. A dir la verità il lungo viale d’accesso la faceva sembrare parecchio più distante. Il padre di Matthew Cuthbert, timido e silenzioso come il figlio, quando aveva costruito la casa l’aveva posta il più lontano possibile dall’umanità, pur senza entrare nel bosco. La fattoria dei Tetti Verdi era stata costruita sul lato più estremo della proprietà ed era ancora lì, a stento visibile dalla strada principale lungo la quale sorgevano le altre, più socievoli, case di Avonlea. Secondo la signora Rachel vivere lì non era veramente vivere. “È solo stare da qualche parte, ecco cos’è”, si disse mentre entrava nel vialetto erboso, profondamente solcato e bordato da cespugli di rose bianche selvatiche, “Non mi sorprende che Matthew e Marilla siano un po’ strani, visto che vivono tanto lontano. Gli alberi non sono di compagnia, anche se qui ce ne sono chissà quanti. Io preferisco stare con la gente, ma se quei due sembrano felici così forse ci sono abituati. Un corpo può abituarsi a qualsiasi cosa, anche a essere impiccato, come diceva l’Irlandese.”

Così dicendo la signora Rachel abbandonò il vialetto ed entrò nel cortile dei Tetti Verdi. Un cortile verde, pulito e ordinato, fiancheggiato da un lato da grandi, venerabili salici e dall’altro da compassati pioppi. Non c’era una una pagliuzza o un sassolino fuori posto, se ci fosse stato la signora Rachel l’avrebbe notato. Tra sé e sé pensava che Marilla Cuthbert spazzasse il cortile assiduamente quanto la casa. Si sarebbe potuto mangiare per terra, tanto era tutto pulito. La signora Rachel bussò vivacemente alla porta della cucina, e quando le venne risposto d’accomodarsi entrò. La cucina dei Tetti Verdi era un ambiente allegro, anzi, sarebbe stato un ambiente allegro se non fosse stato così penosamente pulito, tanto da dare l’impressione di un salotto mai usato. Le finestre davano a est e a ovest. Da quella che dava a ovest, affacciata sul cortile, entrava un caldo fascio di sole estivo. Quella a est, da cui si intravvedevano il ciliegio in fiore del frutteto a sinistra e snelle betulle che ondeggiavano sulla riva del ruscello, era coperta dalle verdi ombre della vite rampicante. Qui sedeva, quelle rare volte in cui si metteva a sedere, Marilla Cuthbert, sempre piuttosto sospettosa verso quel sole che le pareva troppo frivolo e irresponsabile per una cosa seria come il mondo. Come adesso, che era seduta a sferruzzare. Dietro di lei la tavola era già apparecchiata per la cena. Ancor prima di avere richiuso la porta, la signora Rachel aveva già preso mentalmente nota di tutto quello che c’era sul tavolo. C’erano tre piatti, e questo significava che Marilla stava aspettando che qualcun altro arrivasse assieme a Matthew. Ma erano piatti di tutti i giorni e c’erano un solo vasetto di confettura di mele selvatiche e un solo tipo di dolce, e questo significava che l’ospite atteso non era qualcuno di riguardo. E allora perché il colletto bianco di Matthew e la cavalla saura? La signora Rachel era davvero confusa da questo insolito mistero ai Tetti Verdi, che generalmente era un posto tranquillo e niente affatto misterioso.

Anne of Green Gables

Illustrazione © Ji-Hyuk Kim

“Buona sera, Rachel”, disse Marilla, sbrigativa, “è una splendida serata, vero? Accomodati. Come state da voi?” Qualcosa che, in mancanza d’altre parole, può essere chiamata amicizia, esisteva e c’era sempre stata tra Marilla Cuthbert e la signora Rachel, nonostante, o forse proprio per questo, fossero tanto diverse. Marilla era una donna alta e magra, tutta angoli e niente curve; i suoi capelli scuri avevano qualche striscia grigia ed erano sempre avvolti in una stretta e piccola crocchia sulla quale erano aggressivamente infilzati due spilloni metallici. Sembrava una donna dalla scarsa esperienza e dalla inflessibile coscienza, e lo era; ma qualcosa attorno alla sua bocca la salvava, qualcosa che se fosse stata meglio sviluppata avrebbe potuto diventare senso dell’umorismo. “Stiamo tutti abbastanza bene”, disse la signora Rachel, “ma ho temuto che tu non stessi bene, quando ho visto Matthew partire oggi. Ho pensato che avessi bisogno di un dottore.” Le labbra di Marilla si contrassero visibilmente. Stava aspettando la signora Rachel, sapeva che l’inesplicabile passeggiata di Matthew era troppo per la curiosità della vicina. “Oh, no, io sto bene, anche se ieri ho avuto un brutto mal di testa”, disse,”Matthew è andato a Bright River. Prendiamo un ragazzino dall’orfanotrofio di Nova Scotia, arriva col treno di stasera.” Se Marilla avesse detto che Matthew era andato a Bright River per incontrare un canguro australiano, la signora Rachel non avrebbe potuto essere più sbalordita. In effetti ammutolì per cinque secondi. Era impensabile che Marilla stesse scherzando, ma lei fu costretta a pensarlo. “Parli seriamente, Marilla?”, domandò quando le tornò la voce. “Ma certo!”, disse Marilla, come se ricevere ragazzini dall’orfanotrofio di Nova Scotia fosse parte dei normali lavori primaverili di ogni ordinata fattoria di Avonlea e non una novità mai vista. La signora Rachel sentì d’aver ricevuto un forte choc. Pensava perfino coi punti esclamativi. Un ragazzino! Tra tanta gente Marilla e Matthew Cuthbert adottavano un ragazzino! Da un orfanotrofio! Be’, il mondo andava davvero al contrario! Dopo questo più nulla l’avrebbe sorpresa! Nulla! “Cosa mai ti ha fatto venire in mente una simile idea?”, domandò con disapprovazione. “Be’, ci abbiamo pensato un po’… tutto l’inverno, a dire il vero”, rispose Marilla, “La signora Alexander Spencer è stata qui il giorno prima di Natale e ha detto che in primavera avrebbe preso una ragazzina dall’orfanotrofio di Hopeton. Sua cugina vive lì, la signora Spencer l’ha visitato e sa tutto di queste cose. Così Matthew e io ne abbiamo parlato da allora. Abbiamo pensato di prendere un ragazzino. Matthew sta invecchiando, ha già sessant’anni e non è più agile come un tempo. Il cuore gli da parecchi problemi. Tu sai quanto sia terribilmente difficile trovare qualcuno da prendere a servizio. Ci sono solo quegli stupidi, immaturi ragazzini francesi e appena riesci a beccarne uno e a insegnargli qualcosa lui se ne va a inscatolare aragoste oppure negli Stati Uniti. All’inizio Matthew aveva proposto di prendere un ragazzino, ma io avevo negato fermamente: ‘Magari sono bravi, non dico di no, ma non voglio trovatelli di Londra, qui’, ho detto, ‘almeno prendiamo qualcuno del posto. Ci sarà sempre un rischio, chiunque prendiamo. Ma mi sentirei più a mio agio e dormirei meglio la notte se prendessimo uno nato qui in Canada.’ Così alla fine decidemmo di chiedere alla signora Spencer di scegliercene uno quando andava a prendere la sua bambina. Abbiamo saputo che andava la settimana scorsa così, tramite i parenti di Carmody di Richard Spencer, le abbiamo mandato a dire di portarci un bambino sveglio e adatto di dieci o undici anni. Abbiamo pensato che fosse l’età migliore, grande abbastanza da rendersi utile nelle faccende e giovane abbastanza da poterlo educare a dovere. Intendiamo dargli una casa e un’educazione. Oggi c’è arrivato un telegramma dalla signora Alexander Spencer, il postino l’ha portato dalla stazione, diceva che arrivavano stasera col treno delle cinque e mezza. Così Matthew è andato a Bright River a prenderlo. La signora Spencer lo lascerà lì perché poi, ovviamente, deve proseguire per le Sabbie Bianche.” La signora Rachel si vantava di essere una che dice sempre quello che pensa e ora si preparò a parlare dopo aver regolato le sue capacita mentali su questa notizia sconvolgente.

Anne of Green Gables

Illustrazione © Ji-Hyuk Kim

“Be’, Marilla, ti dico chiaramente che stai facendo una grossa, sciocchezza. Una cosa rischiosa, ecco. Tu non sai chi prenderai con te. Porti un ragazzino in casa, nella tua casa, senza sapere nulla di lui, né il suo carattere, né chi siano i suoi genitori, neppure cosa potrebbe diventare. Proprio la settimana scorsa ho letto sul giornale di un uomo e di sua moglie, nella zona ovest dell’Isola, che avevano preso un ragazzino dall’orfanotrofio e lui nottetempo ha dato fuoco alla casa… di proposito, Marilla, quasi li bruciava nei loro letti. E so un altro caso di un bambino adottato che aveva il vizio di succhiare le uova, non sono riusciti a toglierglielo. Marilla, se tu avessi chiesto il mio consiglio, cosa che non hai fatto, ti avrei detto, per amor del cielo, di toglierti dalla testa un’idea simile, ecco tutto.”

Questa paternale non offese né allarmò Marilla, che continuò a sferruzzare. “Non nego che ci sia del vero in quel che dici, Rachel. Mi sono fatta degli scrupoli anch’io. Ma Matthew è terribilmente deciso, è evidente, perciò mi sono arresa. È così raro che Matthew sia tanto deciso su qualcosa che quando succede penso sia mio dovere dargliela vinta. E per i rischi, ci sono rischi praticamente in tutto ciò che i ragazzini fanno a questo mondo. C’è rischio anche ad avere figli propri, se viene fuori che… non vengono fuori bene. E poi Nova Scotia è proprio vicino all’Isola, non è come se lo prendessimo dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti. Non può essere tanto diverso da noi.” “D’accordo, spero che vi vada tutto bene”, disse la signora Rachel con un tono che indicava chiaramente i suoi penosi dubbi, “Ma non dire che non t’ho avvisata se brucerà i Tetti Verdi o metterà la stricnina nel pozzo… ho sentito il caso di un bambino adottato dall’orfanotrofio, a New Brunswick, che l’ha fatto e tutta la famiglia è morta fra atroci sofferenze. Solo che in quel caso era una femmina.” “Be’, noi non prendiamo una femmina”, disse Marilla, come se avvelenare pozzi fosse un’attività prettamente femminile e quindi da non temere con i maschietti, “Non mi sognerei mai di portare qui una bambina. Mi meraviglio che la signora Alexander Spencer l’abbia fatto. Ma sai, lei adotterebbe tutto l’orfanotrofio se le passasse per la mente di farlo.”

La signora Rachel si sarebbe fermata volentieri ad aspettare che Matthew tornasse col suo orfano d’importazione. Ma visto che ci volevano ancora due ore, decise di andare su da Robert Bell a raccontare la novità. Avrebbe certo fatto colpo come nessun’altra, e la signora Rachel amava molto far colpo. Così se ne andò e Marilla ne fu in un certo senso sollevata, perché sentiva i dubbi e le paure riaccendersi sotto l’influenza del pessimismo della signora Rachel. “Questa è veramente grossa”, esclamò la signora Rachel quando fu lontana sul sentiero, “Mi pare quasi di sognare. Oh, mi spiace per quel poveretto. Matthew e Marilla non sanno nulla di bambini e si aspettano che questo sia più saggio e disciplinato di suo nonno, se mai l’ha avuto un nonno, cosa di cui dubito. È inquietante pensare a un bambino ai Tetti Verdi. Non ce ne sono mai stati, Matthew e Marilla erano già grandi quando è stata costruita la casa nuova… se mai quei due sono stati bambini. A guardarli è difficile crederlo. Non vorrei mai essere al posto di quell’orfano, poveretto.” Così, dal profondo del cuore, la signora Rachel parlò al cespuglio di rose. Ma se solo avesse potuto vedere il bambino che in quel momento aspettava pazientemente alla stazione di Bright River, la sua pietà sarebbe stata ancora maggiore.

Testo originale: Anne of Green Gables

 

Anne of Green Gables

Illustrazione © Ji-Hyuk Kim

 

Anne of Green Gables

Illustrazione © Ji-Hyuk Kim

 

Anna dai capelli rossi

Illustrazione © Ji-Hyuk Kim

 

Anne of Green Gables

Illustrazione © Ji-Hyuk Kim

Anne of Green Gables

Illustrazione © Ji-Hyuk Kim

 

*** Le illustrazioni di questo post sono © Ji-Hyuk Kim ***

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