Street art in Paris

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Street Art in Paris

{souvenirs de Paris #1}

street art in paris
Ebbene, dichiaro ufficialmente iniziata la serie di post nostalgico-sentimentali dedicati a Parigi e ai pochi giorni in cui ci sono stata lo scorso dicembre, sigh!

Che Parigi sia una città bellissima non c’è bisogno che sia io a dirlo, ma per una come me, che ama le forme minimaliste ed essenziali, fa eccezione per poche cose fronzolose e si dichiara ufficialmente immune dalla macaronsmania che imperversa da un po’ di anni a questa parte, tornare a casa con questa sensazione di cuor leggero e testa sognante (dicasi nostalgia di Parigi) è un po’ una sorpresa.

Non è stata la mia prima volta in città, anche se forse una gita scolastica in età adolescenziale non può considerarsi un vero viaggio, consapevole e attento, ma visitarla ad una settimana dal Natale, con tutte le lucine deliziose e gli alberelli e le vetrine decorate è un’esperienza da fare assolutamente nella vita, soprattutto se come me amate l’inverno e il Natale.

Ma non ci sono solo le lucine a fare innamorare di Parigi, ogni angolo, ogni casa, ogni tetto sembra attirare l’attenzione e parlare, raccontare una storia, dipingere con pennellate fantastiche nuove vite immaginarie e possibili… forse è per questo che la street art a Parigi è miscelata e integrata alla città in maniera così perfetta. Che sia vernice, carta, colla, colore, la creatività e il genio si esprimono in maniera libera ma ordinata, eccentrica ma allo stesso tempo discreta, rispettosa della bellezza della città con la quale crea un sodalizio unico, un insieme vivace di espressività e stile.

Non si può dire di aver visto Parigi se non si sono ammirati i suoi muri, le sue vernici, i suoi significati alternativi.

street art in paris
Street art in Paris
Street art in Paris
street art in paris
Street art in Paris

Se state programmando una visita a Parigi e volete seguire un itinerario dedicato alla street art qui trovate una mappa dei luoghi e degli artisti da non perdere, con un occhio sempre aperto per nuove e fantastiche scoperte sul muro  dietro l’angolo! 🙂

“Graffiti is one of the few tools you have if you have almost nothing. And even if you don't come up with a picture to cure world poverty you can make someone smile while they're having a piss.” 
Banksy

<continua… stay tuned!>

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legge di murphy

La Legge di Murphy applicata ai fotografi*: le foto di gruppo

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La Legge di Murphy applicata ai fotografi

 

{LE FOTO DI GRUPPO}

Legge n. 1 delle foto di gruppo: in quel rarissimo caso in cui tutti i presenti abbiano gli occhi aperti, nella stessa foto, ce ne saranno sempre un paio che guardano in un’altra direzione e uno di questi, naturalmente, è il festeggiato/a.

Legge n. 2. Se il festeggiato è un bambino, arrivati al momento della foto di gruppo, sarà impegnato in una di queste attività:

– piangere come se lo stessero giustiziando;

– urlare a squarciagola con un’espressione di terrore ben stampata in viso;

– dormire seraficamente dopo ore di ninnananne e passeggiate andate a male, ragion per cui la mamma non vorrà svegliarlo, salvo poi chiedervi dopo se c’è una foto in cui il pupo abbia gli occhi aperti e sembri felice e divertito (d’altronde è il festeggiato, eh!);

– tirare i capelli alla mamma/zia/nonna/sorella che lo tiene in braccio, la quale sarà immortalata con una smorfia orribile tra l’infastidito e il feroce (e dopo vi chiederà di photoshopparle un sorriso smagliante con denti bianchi e rossetto impeccabile);

– sputacchiare ovunque con entusiasmo e ipersalivazione degni di un lama nei suoi giorni migliori;

– lanciare confetti/biscotti/bomboniere in direzione del fotografo;

In tutti i casi sopracitati, la madre del festeggiato vi chiederà di far apparire un sorriso gioioso sul volto del bambino, con Photoshop.

Legge n. 3. Se il vostro gruppo è numeroso e state usando un grandangolo, alle estremità ci saranno sicuramente delle donne: grasse, grosse, vestite probabilmente di rosso, che vi chiederanno di photoshopparle e farle apparire magre, sexy e bellissime, ma che non vorranno per nessuna ragione spostarsi al centro (o nascondersi). E voi vi ritroverete un gabibbo sorridente che ammicca soave e felice, nel pieno del suo splendore (e del vostro terrore).

Legge n. 4. Nelle foto di gruppo manca sempre qualcuno. Non importa quante volte si sia richiamata l’attenzione sull’imminente scatto, quante volte sia stato fatto l’appello e in che termini sia stato urlato il nome di tutti i chiamati a far parte del momento da immortalare: qualcuno, e sicuramente un parente stretto/amica del cuore/cognato/zio venuto apposta dall’America, in poche parole un ospite che nonpuòassolutamentemancarenellafoto sarà nascosto da qualche parte, probabilmente in bagno o al bar a bere comodamente il caffè e l’ammazzacaffè, e soltanto dopo che la foto sarà stata scattata per sfinimento e avvenuta telefonata a Chi l’ha visto, si presenterà e sarà molto ma molto offeso per l’esclusione. In questi casi i festeggiati dovrebbero assicurarsi di aver ricevuto il regalo prima delle foto. A voi, naturalmente, verrà chiesto di reinserire il soggetto mancante con Photoshop.

Legge n. 5. Se i partecipanti alla foto di gruppo sono adolescenti le situazioni cui andate incontro sono svariate, potreste infatti ritrovarvi ad immortalare: tentate orge; tentati omicidi; teste improvvisamente dotate di corna; aeroplanini volanti lanciati da chissà dove; droghe leggere o pesanti in base agli eventi; aspiranti fashion blogger in pose da urlo (il vostro); greggi al pascolo. Se invece siete fortunati vi capiterà al massimo il ragazzino fighetto che non potrà fare a meno degli occhiali da sole. Che poi vi chiederà di togliere con Photoshop.

*I fotografi in questione in realtà sono fotoamatori, perché i fotografi professionisti sanno di sicuro come far fronte alle varie e possibili evenienze. E, in ogni caso, se qualcosa può andare storto, lo farà.  😀

legge di murphy

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PIC – Parole ad Ispirazione Casuale – Gennaio

PIC – Parole ad Ispirazione Casuale

{P.I.C. – Parole ad Ispirazione Casuale è un gioco, una caccia creativa alla parola e all’ispirazione.
Vuoi saperne di più? Clicca qui!}

 

10 cose

 {Gennaio}

Il libro da cui prende ispirazione il mio PIC di gennaio è Fiore di neve e il ventaglio segreto di Lisa See (2005). L’edizione che ho io è quella di TEA.

Pag. 95

{Riprendemmo l’ago in mano e ci mettemmo a ricamare. Il giorno dopo la zia ci avrebbe raccontato da capo la stessa storia.}

***

Era così che trascorrevamo le nostre giornate in quella afosa estate dei miei 13 anni. Il lago era infestato dalle zanzare e non ci era consentito fare il bagno e la mattina faceva così caldo che arrivare a piedi fino al paese diventava faticoso anche per un ragazzino. L’unica attività possibile per impegnare il lungo tempo libero era seguire il nonno nei campi all’alba e correre sulle tracce lasciate dall’aratro finché il sole non picchiava troppo forte e la testa girava. Poi c’era il ricamo. Ogni giorno alle tre la figlia maggiore della vicina di casa prendeva il cestino con aghi e cotone e lo portava nella stanza della zia, dove ci sedevamo sui grossi cuscini di tela posati sul pavimento di pietra e ricamavamo per ore, fino al calar del sole, quando una leggera brezza profumata di campanule entrava dalla finestra semichiusa portandoci un po’ di aria del mondo esterno. Avevamo iniziato dopo l’incidente giù al mulino abbandonato, il sindaco e le famiglie dei ragazzi coinvolti avevano deciso che non avremmo mai più dovuto girare da soli per le campagne intorno e per tenermi impegnata la zia decise di insegnarmi a ricamare. Lei passava così le sue giornate da tutta una vita, si sedeva nella stanza delle perle, quella con una corona di rosario a grani grossi, bianchi e lattiginosi come perle giganti che occupava l’intera parete di fianco alla finestra, e ricamava in silenzio fiori selvatici, glicini rampicanti dalle mille sfumature di violetto, mughetti teneri che spuntavano da larghe foglie verde chiaro, mazzetti di pisello odoroso legati da un cordoncino di cotone che sembravano appena raccolti e lasciati al sole dell’estate. Non parlava quasi mai. Se le cadeva qualcosa si alzava con eleganza, con la schiena dritta e la testa alta, e tornava a sedersi in silenzio, con un solenne rispetto per il lavoro inconcluso che stava prendendo vita sul telaio. Ogni pomeriggio alle cinque in punto chiamava la domestica, che con passo lento e ondeggiante le portava la solita caraffa di tè al limone al quale la domenica si aggiungevano i pasticcini alla fragola e crema.

Da quando aveva deciso di insegnarmi i segreti del ricamo iniziò a parlare un po’ di più. All’inizio mi fece sedere accanto a lei, mi fece lavare le mani con una salvietta bagnata di acqua di lavanda, poi mi consegnò un gomitolo di cotone misto a seta da arrotolare, dicendomi di fare molta attenzione affinché i fili non si ingarbugliassero e raccomandandosi di fermarmi se le mani avessero iniziato a sudare. In quel caso avrei dovuto lavarle di nuovo con la salvietta alla lavanda. Arrotolai gomitoli per tre pomeriggi, seduta accanto a lei, nella penombra, al suono silenzioso dell’ago che passava nella trama della stoffa, del venticello che sfiorava le finestre, dei pensieri morbidi che accompagnavano i gesti ripetuti dei fili di cotone intorno al gomitolo. Le mie piccole mani ormai conoscevano alla perfezione la consistenza di tutti i filati, erano diventate padrone ancora inconsapevoli dei loro segreti, conoscevano l’arte della tessitura ancor prima di metterla in pratica.

Il quarto giorno mi fece sedere di fronte a lei, senza gomitolo, e mi disse di osservare il suo lavoro. Aveva iniziato ad insegnarmi l’arte del ricamo, tramandandomi il rispetto per il lavoro manuale e per ciò che prende forma.

Da allora passai tutti i pomeriggi dell’estate dei miei 13 anni a ricamare con la zia, fino al calar del sole.

Dopo un paio di settimane ci fu una novità: la figlia della vicina di casa, che sedeva con noi a ricamare ogni giorno, si fidanzò con il figlio del medico del paese vicino, e iniziò a ricamare il suo corredo da sposa. La zia allora le regalò delle lenzuola di tela grezza, secondo una tradizione le cui origini si perdevano nella storia, che voleva che ogni donna conservasse nel suo baule da sposa delle lenzuola grezze, di materiali poveri, per ricordare che nella vita, e soprattutto nella buona sorte, la semplicità e la misura erano un lusso ancor più della ricchezza, che porta discordia e attira cattivi spiriti.

Chiedemmo alla zia di raccontarci quella leggenda, e da quella volta ce la raccontò ogni giorno, aggiungendo ogni pomeriggio un particolare nuovo, un dettaglio che faceva del racconto qualcosa di diverso ogni volta che veniva raccontato.

Quel pomeriggio restammo ad ascoltare incantate, posando il lavoro sulle gambe e osservando le mani leggere della zia che accompagnavano il racconto con movimenti ripetitivi e delicati. Quando ebbe finito, nella stanza delle perle il silenzio sembrò più denso, come colorato. Qualcosa di nuovo animava le nostre menti di ragazzine, mentre l’afa estiva rendeva il panorama delle campagne giallognolo e indistinto.

Riprendemmo l’ago in mano e ci mettemmo a ricamare. Il giorno dopo la zia ci avrebbe raccontato da capo la stessa storia.

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Il libro da cui ho tratto ispirazione per il PIC di gennaio è Fiore di neve e il ventaglio segreto, di Lisa See, edito da TEA.

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Ci leggiamo il 15 febbraio con il prossimo PIC!

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